Le immagini di Bavcan provocano un distacco manifesto dalla visione e della percezione convenzionale. Non vedente dall'età di 12 anni, usa la fotografia per un percorso interiore, dove l'idea si fa pensiero itinerante della sua anima. Fin dall'inizio la sua è una relazione con l'urto della sua remota memoria, dei suoi sogni dei suoi colori, in un labirinto interiore in cui si muovono i fantasmi della sua riflessione, come lamenti del suo diario. Immagini come linguaggio dell'inconscio, come specchio della sua stessa esistenza, come celebrazione di interessi che spaziano tra intime convinzioni di una dolorosa cultura.
Un inconscio più come il luogo della ragione, strutturato come un linguaggio in cui l'Autore è immerso e la cui rappresentazione gli è necessaria a per dimostrare la connessione dell'uomo dalla casa Cultura.
Bavcan vuole aprire le tenebre con la metafora della luce e come chi fotografa si è organizzato un apparato visivo e significante comprensivo delle metodiche più appropriate alle sue esigenze; sa quello che deve sapere; sa percepire nel suono il movimento; sa traghettare l'anima e tracciare la strada che altri possono percorrere; coglie nel tempo il movimento della luce nella notte prolungata; tenebre ed oscurità lacerate dalla luce del ricordo; appunti colti attraverso lo sguardo di uno spirito-guida che Bavcan utilizza per vedere e raccontare.
La fotografia ferma il tempo apparente; ferma quindi il ricordo che diviene evocazione sensibile e in contrapposizione con lo specchio, un'idea illusoria di completezza, conferendo all'immagine una funzione morfogena, come se fosse un elemento totalmente esterno ed estraneo al soggetto, sempre "altro” da esso.
Bavcan è un mediatore - operatore estetico, un fotografo di trasformazione ("Fotografie dall'interno” Ed. Il Lavoro Editoriale, 2009) perché in particolare, utilizza le possibilità meno note e più equivoche della fotografia, evidenziando più nessi comparandoli tra loro e assegnando alla fotografia disposizioni operative che tramano interventi espressivi: erratici e abbandonati della gestualità; controllati e tecnologici della razionalità; palpitanti e ritmici delle pulsioni; angoscianti e primitivi della passioni.
Usa la fotografia perché è veloce nel mettere a fuoco i fantasmi e le inquietudini della sua interazione simbolica e registrare la realtà in uno spazio fantasmagorico le cui coordinate sono legate ad un'interpretazione privata della funzione di coscienza e dove il concetto di evocazione esalta la memoria del suo antico retaggio. Immagini in cui la luce restituisce le sembianze allo spostamento per il movimento nominato e catturato.
Bavcan che si trova nello stato dell'elevata conoscenza, come "nuevo vidiente" può osservare dentro se stesso un fuoco che brucia, linfa di saggezza come il nagual di Don Juan che percepisce l'energia dell'Universo e concepisce idee straordinarie; il vedere non è forse che una parte della conoscenza?

Bavcan che vede attraverso il tatto interpretando i rilievi con le mani e ricostruendo le immagini nella mente, cogliendo con il suono il movimento: eccole le mani che tormentano il buio, si posano, cercano l'appoggio tattile della scultura nell'ombra inversa; una giovane bimba sospesa su un tavolo animato; Anna Shigulla ai confini del paradiso; il volo dei piccoli bianchi fantasmi; i graffiti dei cliché verres che allungano il racconto nel paesaggio intorpidito, bruciato dal nero, l'inquietudine dell'oscurità.
La fotografia è il suo strumento di indagine e filtro delle proprie convinzioni ed emozioni; è il desiderio che diviene linguaggio che ci ha fatto conoscere il vedere del pensiero e del sentimento.

"Il giorno e la notte", di Enzo Carli