|
Galleria Portfolio
artecontemporanea |
|||
Sensazioni in ostie
Passa la vita
In filari disuguali Occhi fasciati Solchi nel cuore Il pensare respiro Sensazioni in ostie Spazio attorno al corpo Semplice immagine Nutrita di silenzi Semina senza raccolto Dieci flash, dieci scatti, dieci immagini, dieci illuminazioni, dieci frammenti, dieci versi. Già versi, ovvero qualcosa che comincia, finisce e non può andare a capo e che conosce e deve conservare il privilegio di poter vivere ed esistere a prescindere da ciò che lo precede e da ciò che gli succede. Versus non prorsurs: non si può tornare indietro, ogni volta si muore, tutto finisce. La misura della poesia e anche della fotografia per Giacomelli è nel tragico, in ciò che deve comunque morire: lo scatto è morte, il consumarsi istantaneo di una vita, di una sensazione che può ritrovarsi solo in un altrove. Gli altri o quel se stesso che comunque è altro. Dieci versi che sono fotografia laddove per Giacomelli la fotografia equivale a poesia; le sue serie contano e passano per i poeti: Leopardi, Lee Master, Luzi, Montale, Turoldo. Sì, Giacomelli trova la poesia con la fotografia e nella fattispecie la fotografia con la poesia. I suoi occhi sono chiusi, "occhi fasciati" come prima dei suoi scatti, come dopo i suoi versi. Sensazioni in ostie è un laboratorio, una camera oscura della mente, una preparazione e al contempo un consuntivo di un mondo, di un modo. La logica, la tecnica da cui emergono questi dieci versi non sono dissimili da quanto Giacomelli faceva con i suoi scatti. Il suo amico Sandro Genovali, il critico a cui dedicò una sua collina che fotografò e rifotografò, gli aveva insegnato che esiste una camera oscura anche per la poesia. Il laboratorio prevedeva che i materiali, il magma esistenziale fosse lavorato, piegato, ricondotto alla sua origine più profonda ovvero abbandonare per ritrovare un percorso nella propria testa. Un'operazione del tutto simile a quella che nel 1977 compì Enzo Cucchi nella sua raccolta poetica: Il veleno è stato sollevato e trasportato. Arte e poesia, emozione e realtà, morte e vita vengono distillati per tramite questa dialettica e questi processi. E allora dopo aver svelato queste piste e aver detto che dieci versi possono vivere da soli e bastare a sé stessi è possibile anche leggere la sintassi, il racconto, la narrazione che emerge da questo pacchetto di segni grafici allineato a destra. Filoni, solchi, semina, raccolto: il paesaggio. Ecco ritrovare l'invenzione del paesaggio che accomuna Giacomelli alla sua terra, le Marche, dove, se si avessero ancora dubbi, non c'è la realtà, il descrivere, lo spiegare ciò che l'occhio potrebbe vedere, ma esclusivamente l'arte e la cultura del paesaggio. Il paesaggio per i marchigiani è una lunga instancabile meditazione e riflessione da un punto ben stabilito.Leopardi avrebbe detto: sedendo e mirando; ovvero una proiezione di sé che con tutta evidenza sposta un dentro dandogli corpo e fisionomia. Occhi, cuore, respiro, corpo, nutrita, silenzi: sono allora declinazioni di un paesaggio che coincide con la stessa autobiografia di Giacomelli. Le colline, le rughe dei campi, i filari, i solchi delle sue fotografie sono segni anatomici che neanche tanto in filigrana riproducono il volto, i volti, le maschere del mondo giacomelliano: non scatti da fotoreporter o da ricercatore di prospettive sfuggenti e inedite. Tutto ciò che è fuori diventa un dentro: corpo dell'anima. Tutto ciò che è dentro un fuori: anima del corpo. Le foto di Giacomelli sono ostie appunto, nella forma, nella sostanza, nella fragilità. Frammenti reali di una salvezza, di una possibilità che può toccarsi e vedersi. Di una parola come foto, di una foto come parola.
Alfio Albani
|
|||
Galleria Portfolio artecontemporanea |
|||