Fotografare è scegliere: scegliere che cosa vedere, che cosa far vedere e come farlo vedere.
La fotografia può essere pura riproduzione della realtà, rappresentare una visione alternativa della realtà stessa o perfino diventarne la negazione.
Nel mio lavoro cerco spesso di trasportare lo spettatore in una dimensione irreale, indefinita, e farlo con uno strumento eletto a rappresentare e descrivere la realtà, genera un contrasto molto stimolante.
La via che cerco di indicare è quella della riscoperta della meraviglia, attraverso la costante esplorazione di sé stessi e dell'altro da sé; della volontà di andare oltre lo stato apparente delle cose, della consapevolezza che spesso lo straordinario si nasconde nell'ordinario; della riappropriazione dello spazio della riflessione, dell'immaginazione e del sogno. Quello spazio sospeso in cui le cose non sono quello che sono ma diventano piccoli mondi modulabili.
L'uomo è sempre presente ma lo è con la sua complessa vita interiore, a volte come una traccia lasciata o come memoria di un luogo piuttosto che come figura fisica definita. È quasi una presenza immateriale, testimoniata da spazi ed oggetti viventi e vissuti, evocato ma mai descritto.
Questa evanescenza vuole sottolineare la costante della vita umana, l'inclinazione naturale alla ricerca, che fa dell'uomo un essere non-definito, in perenne evoluzione, mai risolto.
È l'interiorità che mi interessa, il dna emotivo dell'umanità; la complessa stratificazione di pensiero e sentimento che regola i rapporti tra le persone, tra le persone e i luoghi, e ne determina la storia; e l'interiorità non può essere descritta, può solo essere evocata.
Quando le voci sono tante e si sovrappongono è l'assenza di suono ad arginare il caos. Spesso cerco con le mie immagini di dare una voce al silenzio. [Alessandro Giampaoli]
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